
Le immagini di gioco dipinte da Bartolomeo Manfredi, seguace di Caravaggio
di Grazia Merelli
Nato a Ostiano (Cremona) nel 1582, Bartolomeo Manfredi è fra primi e più importanti seguaci di Caravaggio; l’artista infatti è ricordato dal Mancini come uno degli “adherenti” al maestro lombardo, insieme a Saraceni, Ribera e Spadarino. Secondo alcuni studiosi il pittore potrebbe essere addirittura il “Bartolomeo, servitore del Caravaggio” menzionato nel processo indetto da Baglione contro Caravaggio nel 1603.
Sebbene sia a Roma già dal 1600, è probabilmente dopo il 1606 che il pittore inizia a dipingere alla maniera del maestro. Come noto, Caravaggio era geloso del suo modo di dipingere e non voleva avere imitatori, pertanto è solo dopo la sua rapida fuga da Roma, in seguito all’omicidio di Ranuccio Tomassoni, che gli artisti si sentono liberi di imitare le straordinarie novità pittoriche da lui introdotte. In questo modo essi possono far fronte alle richieste dei collezionisti, che desiderano quadri dipinti alla maniera di Caravaggio.
A partire dal 1606 dunque Manfredi, insieme ad altri, inizia prontamente a realizzare quadri in stile caravaggesco, assemblando elementi tratti dalle opere del maestro; con questa tecnica, definita da Von Sandrat la “Manfrediana Methodus”, egli dipinge diverse scene ambientate nelle taverne. In particolare, l’artista unisce le tematiche giovanili di Caravaggio con il chiaroscuro visto nella Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, una delle più alte prove del grande pittore lombardo.
Con la modalità suddetta, Manfredi crea diverse opere che raffigurano più personaggi intorno a in tavolo occupati nel bere, suonare e giocare. NoÈ dunque in queste scene realizzate dal pittore che si può ravvisare la presenza della tematica ludica.
Una delle opere più celebri di Manfredi è i Giocatori di carte, opera realizzata nel 1617-1618. Il dipinto è conservato agli Uffizi, purtroppo in forma frammentaria: nel 1993 infatti è stato distrutto in più di quattrocento pezzi in seguito all’attentato in via dei Georgofili, che ha danneggiato alcuni quadri degli Uffizi. In quella tragica circostanza, è andato in frantumi anche un altro dipinto di Manfredi: il Concerto. Dopo un meticoloso lavoro di restauro terminato nel 2017, è stato possibile restituire una parte dei Giocatori, rendendo visibili le teste di tutte le figure e la manica del personaggio centrale.
Dei Giocatori esiste una copia coeva, conservata sempre agli Uffizi. Un’altra versione invece appartiene ad una collezione privata; quest’ultima, attribuita alla mano di Manfredi, è stata esposta recentemente ad alcune mostre, come quella intitolata “Caravaggio e i maestri della luce” al Museo storico della Fanteria dell’Esercito italiano di Roma.

Il fatto che esistano tre diverse versioni dell’opera indica il successo che ha riscosso all’epoca questo soggetto di Manfredi. L’interesse per la scena di gioco nasceva in realtà dal rivoluzionario quadro dei Bari di Caravaggio, che aveva dato inizio a un nuovo filone tematico basandosi su precedenti di area lombarda e nordica.

Partendo proprio dai Bari di Caravaggio, Manfredi ripropone nei Giocatori il tema delle figure assise attorno a un tavolo e intente a giocare. L’artista aumenta però il numero delle figure, che da tre divengono sei, e avvolge la scena nella penombra, ricordando la Vocazione di San Matteo di Caravaggio in San Luigi dei Francesi.

Nei Giocatori di carte due giovani stanno giocando una partita sotto gli occhi di altri personaggi. Si tratta di una scena di vita quotidiana del tempo, laddove si era soliti riunirsi in una taverna per giocare a carte. A quel tempo infatti il gioco d’azzardo era molto diffuso, nonostante diversi papi avessero emanato diversi editti per impedirlo.
All’interno del dipinto assume un ruolo chiave il personaggio centrale cui il complice sta mostrando delle carte di nascosto. Non si tratta dunque di una semplice partita a carte ma di una vera a e propria truffa. Inoltre l’uomo guarda verso lo spettatore, come a voler coinvolgere chi guarda nell’atto truffaldino ai danni del giocatore ignaro chino sulle carte.
La presenza dell’inganno indica il pericolo insito nel gioco d’azzardo e connota la scena di un significato morale: in questo modo la rappresentazione del tema ludico trova una giustificazione etica che la rende più accettabile alla mentalità del tempo.
Al di là dell’elemento morale, l’opera è principalmente una scena di vita contemporanea, preziosa oggi anche come fonte di informazioni sulla vita del tempo e in particolare sulla storia del gioco. Il quadro rivela infatti dove e come si giocasse nel XVII secolo, mostrando, ad esempio, l’uso di carte dai semi francesi.
Seguendo lo stile di Caravaggio, Manfredi dipinge la scena avvalendosi di un raffinato chiaroscuro che fa emergere le figure da un fondo neutro. In questo modo l’artista ottiene un effetto teatrale che rende significante ogni gesto ed espressione dei personaggi raffigurati. Inoltre ogni dettaglio è dipinto con cura e attenzione al dato di realtà. Con quest’opera Manfredi si mostra come uno dei principali interpreti della novità caravaggesca sia nella tematica rappresentata che nel modo stesso di rappresentarla.
Codificando la “scena di taverna”, il pittore avrà un ruolo chiave nel diffondere le novità di Caravaggio, divenendo un punto di riferimento per artisti come Nicolas Tournier, Valentin de Boulogne, Dirck van Baburen e Nicolas Régnier.

Una scena ludica compare anche in un’altra celebre opera di Manfredi: la Negazione di Pietro, realizzata prima del 1622 e conservata a Braunschweig, presso l’Herzog Anton Ulrich Museum. Rifacendosi fedelmente alla Vocazione di San Matteo di Caravaggio, Manfredi dipinge la scena biblica come una scena di taverna. Nel quadro alcuni bevitori sono seduti attorno a un tavolo, mentre l’azione principale si svolge sullo sfondo. Alcuni uomini stanno giocando a dadi, altro gioco d’azzardo molto praticato nel Seicento.
Rispetto ai Giocatori di carte, nella Negazione di Pietro si assiste a una disposizione più articolata e complessa delle figure che mostra la maturazione artistica dell’artista.
La dimensione profana della scena indica il gusto dei collezionisti del tempo per la pittura dal vero; in seguito questa tendenza verrà soppiantata dai Classicisti, interessati a rappresentare una realtà filtrata dall’idea del bello. Tuttavia Manfredi non farà in tempo ad assistere a tale fenomeno: al momento della sua morte, nel 1620, il Caravaggismo è ancora al suo apice. Fedele fino alla fine alla sua “Manfrediana Methodus”, il pittore contribuirà notevolmente al diffondersi della maniera caravaggesca, così come all’affermarsi della scena di genere a carattere ludico.




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